MILANO – Palazzo Reale: “Man Ray: Forme di luce”. Delle quattro malcontate compagne di vita che Man Ray incontrò dopo il trasferimento nella vecchia Europa — grazie alla profferta di collaborazioni professionali in qualità di modelle o aiutanti fotografe — la piú bella fu certamente Elizabeth Miller (1907-77). Lungi dal commettere body shaming nei confronti di Kiki de Montparnasse, Beth Oppenheim, o Juliet qualcosa, ma proprio non c’è storia. Tuttavia, le foto piú iconiche del repertorio dell’artista sono piuttosto quelle ispirate da Kiki e Beth Oppenheim (a sua volta celebre per la tazzina da thè dada-surrealista col pelo). Nato nel 1890 a Philadelphia, Emmanuel Radnitzky si trasferisce a Parigi negli anni ’20 per raccogliere l’eredità di Nadar in quanto ritrattista dei protagonisti della cultura e dell’arte d’avanguardia, in quel momento rappresentate dal dadaismo e dal surrealismo. Egli stesso aderisce alle citate correnti artistiche, sia nel campo della fotografia che in quello del cinema sperimentale, del quale in mostra vengono proiettati i cortometraggi principali. Si dedicò secondariamente anche al disegno, alla scultura e al design, soprattutto nell’ambito degli elementi del gioco degli scacchi, del quale era compartecipe insieme al suo vecchio amico Duchamp, colui che lo iniziò all’arte già negli USA.
Confesso che ho fruito
Recensioni ignoranti ma pretenziose, tardive ma tempestive
venerdì 26 dicembre 2025
mercoledì 8 ottobre 2025
lui non ha paura
Piuttosto fedele al libro da cui è tratto, il film si prende alcune libertà limitate nella seconda parte per fini drammaturgici, ma è la bellezza del paesaggio — solo accennato nel romanzo — ad assurgere al ruolo di vero e proprio coprotagonista. Sarebbe ancora un bel film se non si fosse voluto caricare di troppa leziosità e sdolcinatezza il rapporto tra i due bambini, rapporto che nel libro aveva il giusto peso, e non tutta questa rilevanza.
2003, regia di Gabriele Salvatores, scritto da Nicolò Ammaniti e Francesca Marciano, musiche di Ezio Bosso, con Dino Abbrescia, Diego Abatantuono e altri
mercoledì 24 settembre 2025
ronin
Niente a che vedere con il celebre graphic novel di Frank Miller: lungi dal configurare il personaggio interpretato da Robert De Niro quale samurai decaduto, il titolo ha il solo scopo di creare una sorta di aura nipponica — in quegli anni in voga, si pensi a “Ghost Dog” dell’anno successivo ispirato ad Hagakure — che non nasconde altro che un classico film poliziesco-spionistico ambientato in Francia, il cui unico merito è forse quello da attribuire al regista nella padronanza delle scene di inseguimento automobilistico, girate per le strade del centro storico di Nizza, e contromano in tangenziale.
1998, regia di John Frankenheimer, scritto da J.D. Zeik e David Mamet, con Robert De Niro, Jean Reno e altri
mercoledì 27 agosto 2025
er diritto romano
Un viaggio attraverso la storia della nascita e determinazione di quello che viene definito Diritto Romano, la sua trasformazione dopo la fine dell’impero, il recupero nell’età medievale allo scopo di avvalersi di un quadro normativo generale vòlto a superare la parcellizzazione delle corporazioni comunali, il riemergere carsico nell’età moderna nel corso dei cambiamenti di paradigma sociali ed economici (rivoluzione industriale, rivoluzione francese, liberalismo, ecc.), la cui narrazione si ferma ad inizio Novecento, domandandosi quanto esso sia ancora adeguato a circoscrivere gli stravolgimenti operati dalla globalizzazione e dalla immaterialità dell’economia. Il libro di Capogrossi è piuttosto prolisso e ripetitivo, non entra mai nel merito e rimane sempre ad un livello generale, ma dalla sua lettura ricaviamo un paio di nozioni importanti che a noi profani sfuggivano. La prima: il recupero medievale dei testi giuridici classici precede di un secolo quello dell’omologo recupero culturale e artistico, da Giotto, Dante & company in avanti, che determinerà l’Umanesimo e il Rinascimento. Ciò è illuminante, e tuttavia non ci stupisce, giacché spesso i grandi cambiamenti culturali scaturiscono da fattori pratici (si pensi all’invenzione della scrittura da parte dei Sumeri, che in origine non era altro che una forma di contabilità). La seconda nozione, forse nota agli specialisti ma che — beata ignoranza — sfuggiva a noialtri, riguarda la nascita del giusnaturalismo, sorto in opposizione proprio al diritto positivo che è il tema del libro, dopo la scoperta dell’America e il conseguente sfruttamento coloniale delle persone e delle risorse del nuovo continente e di quello africano, che poneva l’attenzione sui diritti umani inalienabili degli altri popoli.
il Mulino, 2023, 260 pagg., 18 €
lunedì 4 agosto 2025
la fame
Il titolo italiano un po’ strambo nasconde un piú prosaico “The Hunger” (la fame) che — sullo sfondo dei primi anni Ottanta ai quali data la pellicola — non può non far pensare all’astinenza da eroina e, di conseguenza, all’Aids, la temibile patologia allora agli esordi, passata per via ematica e sessuale che, in questo caso, trova la sua via di trasmissione trasposta nei morsi e negli amplessi della vampira Miriam. Ben confezionato dal debuttante Tony Scott (fratello del vecchio Ridley), futuro regista di cult movie quali “Top Gun”, il film è guastato da una debolezza di fondo della trama un po’ da romanzo horror di serie B, mentre il lato esistenziale amore-morte-vita eterna, qui trattato molto superficialmente, confluirà filosoficamente nell’altrettanto vampiresco “The Addiction” di Abel Ferrara, cosí come il glamour della coppia Sarandon-Deneuve lo ritroveremo in “Mulholland Drive” di David Lynch (forse abbiamo visto troppo pochi film per permetterci agganci di questo tipo, tuttavia...).
1983, regia di Tony Scott, sceneggiatura di Ivan Davis e Michael Thomas (tratto dal romanzo di Whitley Strieber, 1981), con Catherine Deneuve, Susan Sarandon, David Bowie e altri
mercoledì 30 luglio 2025
Quasi come Dumas...
Vent’anni dopo i fatti, il buon Pisanò si dedica alla narrazione in soggettiva degli ultimi giorni della RSI, con le truppe fasciste ridotte in Valtellina, assediate dai partigiani, nell’illusoria attesa dell’arrivo del Duce. Nel suo mondo all’incontrario i partigiani sono i cattivi, mentre lui si considera il buono, fedele alla patria e ammettendo tra le sue colpo “solo” quella di aver effettuato dei rastrellamenti (senza entrare nel dettaglio che questi rastrellamenti furono attuati nei confronti di ebrei italiani, spediti poi nei campi di concentramento). Il lato interessante di questo memoir picaresco sta nella guerra vista da vicino, sliding doors continue che fanno la differenza tra la morte e la vita, la situazione caotica del carcere di San Vittore a fine aprile ’45, etc.
2016 (1964), il Saggiatore, 308 pagine, 18 euri
giovedì 5 giugno 2025
mio cuggino
Arriva finalmente nelle librerie una nuova avventura di Max Fridman — agente segreto, assente dalla ribalta da oltre un quindicennio — questa volta spedito dall’autore nell’Austria del ’38 con la missione di espatriare clandestinamente i suoi cugini viennesi per scampare alla persecuzione nazista degli ebrei conseguente all’Anschluss. Per ammissione dello stesso Giardino, l’idea di partenza era proprio quella di raccontare la condizione del profugo politico, figura ricorrente di tutti i tempi, calandola in questo caso nel contesto storico proprio del personaggio principale. Tale proposito è sicuramente ben riuscito, grazie alla capacità narrativa e alla meticolosità della ricostruzione storica alla quale siamo abituati. Purtroppo, questa esposizione piana dei fatti nel loro sviluppo lascia poco spazio al consueto intreccio spionistico, coi suoi colpi di scena e ribaltamenti di ruolo dei personaggi, che sono sempre stati il succo della saga di Fridman, e ne fanno una lettura dal côté un po’ troppo didascalico.
Rizzoli Lizard, 216 pagine, 20 euri
sabato 26 aprile 2025
il nonno
Film interessante per la prima mezzoretta, durante la quale il gioco consiste nel cercare di distinguere i reali personaggi e gli ambienti dalle allucinazioni di un Anthony Hopkins affetto da demenza senile (peraltro, l’espediente di alternare lo sguardo oggettivo con quello soggettivo risale quantomeno alla Signorina Else di Schnitzler, ma il suo referente diretto viene probabilmente da “Rughe” di Paco Roca, 2007, dove l’idea e il contesto sono coincidenti). Per il resto non si introduce nessun altro elemento che faccia progredire la storia in una direzione inattesa perciò il tutto si riduce ad una pornografia della malattia. Buone le premesse, ma in definitiva: bocciato.
2020, basato sulla pièce teatrale di Florian Zeller, sceneggiato da Zeller e Christopher Hampton, regia di Florian Zeller, musiche di Ludovico Einaudi, con Anthony Hopkins, Olivia Colman e altri
sabato 18 gennaio 2025
viva lu latinu
I pregi fondamentali di questo bellissimo libro sono almeno un paio: il primo sta nella ricostruzione dettagliata della trafila, dotta o ereditaria, che ha portato il centinaio di lemmi latini presi in considerazione, e i loro derivati, a diventare termini comuni del vocabolario italiano attuale e, in concomitanza, di quello delle altre lingue romanze, riportando stralci letterari soprattutto di epoca medioevale, periodo storico nel quale la trasfigurazione si è attuata in maniera piú massiccia, nell’ambito del passaggio dal latino al volgare. I passi riportati sono soprattutto di Dante, Boccaccio, Jacopone da Todi, ma anche di altri autori piú o meno anonimi, se non del tutto tali: apprendiamo difatti che — e qui sta il secondo pregio — in quel periodo di transizione esistevano una quantità di “volgarizzamenti” di testi latini: tale traduzione si attuava nei confronti delle opere piú importanti, oppure degli statuti comunali, o dei trattati particolarmente significativi per il pubblico che non intendeva l’idioma aulico. Per ragioni di spazio, la risalita etimologica al greco e al proto-indoeuropeo è affrontata solo sporadicamente, ma va detto che non era la materia sulla quale questo libro si voleva concentrare.
Carocci, 2024, 220 pagine, 18 euri
giovedì 9 gennaio 2025
uno di quattro
Elena Ferrante — o chi per essa — nell’“Amica geniale” intraprende una strada di piú ampio respiro rispetto ai due romanzi precedenti, proiettandone l’oggetto, ovvero la saga familiare e circondariale, sull’orizzonte di ben quattro volumi, che le/gli hanno richiesto oltre dieci anni di lavoro. La narrazione si fa ovviamente piú distesa, e comunque riconosciamo alcune caratteristiche della sua scrittura, quali la sottigliezza dell’analisi dei sentimenti, oppure la presenza dell’episodio scabroso disturbante e, dal lato strutturale, un uso — nel caso in questione limitatissimo — dell’ellissi, che si riduce all’agnizione del titolo, per la quale scopriamo solo alla fine del libro che l’amica “geniale” non è quella che abbiamo sembre presupposto essere bensí, insospettabilmente, la voce narrante stessa. Continuiamo ad avere delle riserve sulla effettiva identità sessuale dell’apocrifa autrice, come pure della sua napoletanità, giacché il contesto sociale in cui il romanzo è ambientato potrebbe corrispondere ad un qualsiasi altro luogo del meridione d’Italia non specificabile, e gli scarni riferimenti partenopei si mantengono inevitabilmente sul general-generico, dai quali crediamo non si possa desumere un’effettiva conoscenza profonda di chi scrive della topografia della città, la cui descrizione si mantiene a livelli abbastanza superficiali, tali da rendere la lettura meno ostica, quasi da cartolina in previsione di una traduzione estera del romanzo, e di un eventuale successo presso il pubblico, quale effettivamente si è verificato.
2011, Edizioni e/o, 336 pagine, 19 euri









