domenica 26 luglio 2020

dwarf prof


Un raccontino (chiamarlo racconto è veramente troppo) dell’Enrico nazionale, avente per protagonista un prof diversamente alto che, grazie alla televisione, conosce il successo e vince perciò moralmente sulle tante angherie subite nella vita. Peccato che nelle pochissime pagine a disposizione il Ruggeri non riesca a mostrarci le sue capacità (ammesso che le abbia) di descrizione dei personaggi e dell’ambiente scolastico e di quello televisivo — che pure dovrebbe conoscere abbastanza da vicino — quantomeno un po’ meno succintamente di quanto ci proponga in questo raccontino telegrafico. Se non altro possiamo ringraziarlo per non averlo esteso a romanzo su centinaia e centinaia di inutili pagine, viste le premesse.
La Nave di Tèseo, una 50ina di paginette, 8 euri

domenica 28 giugno 2020

povero figlio


Secondo una specie di regola del contrappasso, le lettere indirizzate al figlio (illegittimo) da Lord Stanhope di Chesterfield diventano (illegittimamente) un libro, ad opera della moglie alla sua morte (del figlio), che le aveva conservate. Il Chesterfield era un rinomato uomo di stato della Gran Bretagna del primo Settecento che si sforzava, inutilmente a quanto pare, di indirizzare il figlio ad una carriera identica, quasi in continuazione con la sua. In questo senso troviamo qua un esempio precedente a quelli di Leopold Mozart o Monaldo Leopardi, altri padri celebri che con la loro presenza oppressiva hanno reso un inferno la vita dei propri figli rispettivi, sui quali proiettavano la loro ambizione, ma che hanno se non altro hanno avuto la fortuna di rendere le loro fatiche un’eredità preziosa per noi posteri, mentre del figlio di Stanhope non ne rimane traccia, se non quella di queste epistole a senso unico, giacché non si sono conservate le (poche) lettere inviate di ritorno da figlio a padre. L’Inghilterra di quel tempo era, a quanto pare, una potenza economica, ma priva di tradizioni culturali e sociali che ne nobilitassero la sua classe dirigente, ed è perciò che il figliolo in questione viene inviato a frequentare le corti francesi, germaniche ed italiane, per acquisire quei modi eleganti ed una frequentazione di personalità che ne agevolassero la carriera diplomatica. Il libro ebbe all’epoca un notevole successo, perché alle raccomandazioni da padre-padrone, il genitore unisce considerazioni — filosofiche, morali o di stile — ancora molto interessanti e a volte divertenti.

domenica 17 maggio 2020

buono ma non troppo


Torna opportunamente in circolazione, questa volta presso le edicole, il libro del dott. Silvestri, pubblicato ignaramente l’anno scorso con un titolo che è stato necessario cambiare perché in piena pandemia di corona virus sarebbe risultato grottesco e largamente piú paradossale e provocatorio di quanto si intendesse all’origine. Il Silvestri ci informava un anno fa su molte nozioni che sono venute alla ribalta in questa sventurata occasione, tipo che normalmente non è il virus ad uccidere ma, molto piú spesso, gli effetti nefasti provocati da una sproporzionata risposta immunitaria e, dato che il virus non ha lo scopo di annientare l’individuo che lo ospita, è per questo che solitamente i problemi nascono quando, a causa di uno spillover, esso si autotrasporta da una specie animale, in cui convive pacificamente, ad un’altra — quella umana, in questo caso — che è impreparata ad accoglierlo (e tante altre informazioni interessanti, anche piuttosto approfondite dal punto di vista scientifico). La bontà del virus, alla quale si riferisce il titolo originario, non è però questa appena accennata, anche perché il livello di analisi biologica, microscopico, ci porta in uno scenario al di là del bene e del male, per cosí dire. L’aspetto buono dei virus, invece, in particolare dei retrovirus, come l’HIV, del quale l’autore è specialista, è innanzitutto che il nostro DNA sarebbe composto in buona parte da retrovirus integrati nella sequenza di molecole che lo compongono, risultato dell’addizione avvenuta nel corso dell’evoluzione, e proprio per questa peculiarità di associarsi all’acido nucleico, i retrovirus possono venir utilizzati per intervenire a livello genetico, sostituendo geni malati responsabili di patologie ereditarie. L’unico neo di questo interessante libro è lo stile, che alla divulgazione scientifica vuole associare una parte “for dummies”, all’americana (il professore lavora infatti presso l’università di Atlanta), che invece di aiutare a comprendere gli argomenti per analogie piú o meno azzeccate e spiritose, come si vorrebbe proporre, non fa altro che distrarre l’attenzione.

sabato 2 maggio 2020

Karl Marx il giovane


Forse in nome dell’internazionalismo proletario, “Il giovane Karl Marx” è un prodotto partecipato da autori ed attori della provenienza piú varia (germanica, albionica, francese, ...) suggellato dalla regia di un direttore haitiano. Si narra l’incontro tra i giovani Marx ed Engels che, carambolando tra la Germania, Parigi, Manchester, Londra, etc., sviluppano le loro idee politiche a partire dal milieu socialista-utopico ed hegeliano del periodo, fino ad approdare alla Lega dei Giusti, un’associazione di stampo proletario-biblico-rivoluzionario, che indirizzeranno piú precisamente nella direzione del comunismo scientifico, e per la quale scriveranno il celeberrimo “Manifesto del Partito Comunista”, che voleva appunto essere una sorta di vangelo ad uso del movimento. Il film è ben fatto, con strizzatine d’occhio al pubblico meno engagée, e restituisce un buon quadro d’insieme della situazione sociale e dei personaggi che animavano la politica mitteleuropea di metà Ottocento, ma inevitabilmente l’intento enciclopedico tipico del bio-pic gli fa assumere le sembianze di un album di figurine, dove spuntano fuori proprio tutti (Proudhon, Bakunin, perfino Gustave Courbet, etc.). Comunque un film necessario.

2017, diretto da Raoul Peck, interpretato da varii attori perlopiú sconosciuti

martedì 17 marzo 2020

farsi una cultura


Il vero titolo di questo libro del 1956 dell’ottimo Prezzolini pensiamo avrebbe dovuto essere qualcosa che suonasse come “Farsi una cultura”, ma un claim del genere dovette probabilmente sembrare troppo saccente per essere indirizzato al vasto pubblico di quegli anni, come si capisce dal suo contenuto tendenzialmente didascalico, per cui si optò ragionevolmente per il fair play di “Saper leggere”. Infatti, dopo un preambolo teoretico nel quale l’autore ragiona brevemente sul tema di fondo della Cultura con la maiuscola, e nel quale si trovano numerose considerazioni interessanti, ci si addentra in una disamina degli strumenti fondamentali per la propria formazione culturale: libri, riviste, dizionari, traduzioni, schedari, biblioteche, antologie, enciclopedie, radio, tv, etc. Indubbiamente è un testo piuttosto invecchiato: molti degli strumenti che Prezzolini ci indica sono oggi sostituiti da Internet; tuttavia, l’intento di descrizione fondativa — quasi aristotelica diremmo — di ognuno di essi, ne enuclea le ragioni di fondo che sono valide ancora oggi, e difatti troviamo una ristampa in epoca moderna di questo volume, da parte di Edizioni Studio Tesi, nel 1988.
Il finale rivela un po’ di amarezza: di fronte alla forza della Storia, e della vita d’azione, la cultura non sarebbe che un ornamento inutile, a volte anzi ne sarebbe un ostacolo. In questo passaggio possiamo forse riconoscere (ma certamente non condividere) un’autoconsapevolezza dell’inutilità dell’intellettuale di fronte a tragedie immani quali quelle dalle quali si era appena usciti.


sabato 29 febbraio 2020

pietrogianni


BERGAMO - “Tiziano e Caravaggio in Peterzano”. Il buon Simone Peterzano si forma a Venezia a metà Cinquecento, ma si trasferisce abbastanza presto a Milano, dove sviluppa la sua carriera pittorica, tenendo a bottega il giovane Caravaggio. Un autoritratto in età matura che reca la dicitura “Titiani alumnus” la dice lunga sulla mediocrità di un maestro ormai attempato che ha ancora bisogno di accreditarsi per meriti altrui. In realtà, sulla base di quanto ricostruito della sua opera nell’attuale mostra bergamasca, nei suoi quadri troviamo riferimenti a Tiziano, per quanto riguarda alcuni soggetti, ma soprattutto a Veronese, per la composizione, e al Tintoretto, per alcuni celebri scorci anatomici che devono aver colpito il Nostro nella sua permanenza nella città lagunare. Per analogia contraria, Caravaggio invece pare non abbia mai pensato di presentarsi come Peterzani alumnus dopo essersi trasferito a Roma, avendo già superato il maestro in capacità ancora prima di avviare la sua epocale rivoluzione figurativa. Come il maestro, però, porta nella sua opera le tracce della sua formazione, lombarda: nella Deposizione riconosciamo lo stresso braccio cadente del Cristo della pala d’altare omologa di Peterzano in San Fedele di Milano, oppure la mostra ci propone uno studio di sibilla tratto dal fondo del Castello Sforzesco nel quale si può ravvisare un calco caravaggesco del braccio utilizzato per il Bacchino malato. Ma il Merisi era sicuramente un tipo curioso, interessato anche alle invenzioni di altri pittori milanesi, perché troviamo testimonianza diretta del tema compositivo della prima versione, distrutta, del San Matteo e l’angelo in un dipinto corrispondente, di qualche decennio prima, del Figino, tuttora nella chiesa di San Raffaele a Milano, per esempio, cosí come siamo certi di non ingannarci se della figura preminente del cavallo della Conversione di Saulo individuiamo delle reminiscenze nel quadro centrale di Antonio Campi della chiesa di San Maurizio al Monastero maggiore. E ci fermiamo qui, considerando che le suggestioni venete del Peterzano sono rimaste tra gli esiti migliori della sua mediocre pittura, mentre le influenze milanesi del Caravaggio si confondono tra tante altre componenti che si trasfigurano nell’opera magistrale di un artista autentico.

“Venere e Cupido con due satiri” (1568-70), olio su tela, cm 135 x 207, Pinacoteca di Brera, Milano

mercoledì 1 gennaio 2020

the bomb


La prima metà de “La bomba” di Enrico Deaglio si concentra sulla figura di Giuseppe Pinelli e sulla ricostruzione e lo smontaggio del teorema anarchico, che attribuiva a Valpreda la responsabilità della strage della Banca dell’Agricoltura di Milano, secondo un depistaggio pianificato da tempo con la collaborazione di ex-repubblichini riciclatisi ai vertici delle istituzioni italiane, che cosí coprivano la vera origine neo-nazistica dell’attentato, opera di Freda, Ventura, Carlo Maria Maggi, etc., che però Deaglio ci descrive con minore acribia rispetto alla prima parte assolutoria degli anarchici, ed è un vizio di forma e di sostanza di questo libro. Una seconda pecca veniale è la frettolosità della sua realizzazione, che si concretizza in svariate ripetizioni e appunto nel disequilibrio della struttura complessiva, una frammentarietà che si dipana via via verso la fine. D’altra parte il suo pregio è quello di non limitarsi ad una fredda ricostruzione di fatti e di atti giudiziari, ma di rievocare il contesto e il paesaggio culturale dell’epoca, riportando alla memoria personaggi, films, documentari televisivi, libri ormai dimenticati e ai quali è lasciato al lettore il piacere della riscoperta.

Einaudi 2019, pagg. 300, 18 euri

venerdì 27 dicembre 2019

Antigone '68


“I Cannibali” di Liliana Cavani è un adattamento dell’Antigone di Sofocle trasportata in pieno Sessantotto, che alla messa a tema del contrasto tra la legge naturale (o degli dèi) e quella dell’uomo (nòmos), e quindi del relativo diritto alla ribellione ad una normativa considerata ingiusta, univa la distopia di un futuro ipotetico ad una narrazione on-the-road — in questo senso per rispondere ad un’esigenza stilistica anti-borghese, che si adattava del resto perfettamente alla storia raccontata (un altro caso simile di ambientazione sulla strada, immediatamente successivo, è il piú celebre “Easy Rider”). I cadaveri dei giovani ribelli disseminati per le strade del centro di Milano — e i cui corpi le autorità proibiscono di seppellire — hanno suggerito a Enrico Deaglio, pensiamo non a torto, una macabra suggestione anticipativa della strage di Piazza Fontana che si sarebbe avverata di lí a pochi mesi.

Questo film — ai giorni nostri ormai dimenticato — potrebbe apparirci come un episodio di poca rilevanza nella storia culturale italiana, ma la dimostrazione del suo impatto sul pubblico dell’epoca è dimostrata dal titolo stesso, per esempio, che è stato preso a prestito nei decennii successivi da un almeno paio di manifestazioni della contro-cultura giovanile, ovvero la rivista di fumetti underground di Pazienza Tamburini etc. di fine anni Settanta, e il filone letterario dei primi Novanta cui facevano capo Ammaniti, Aldo Nove e altri.

1968, regia di Liliana Cavani, soggetto e sceneggiatura di L. Cavani, Italo Moscati e Fabrizio Onofri, musiche di Ennio Morricone e Gino Paoli, con Britt Ekland, Pierre Clementi, Tomas Milian (Pietro Valpreda tra le comparse)

giovedì 28 novembre 2019

the elevator


Durante una nottata piovosa, gli ascensori di un palazzo situato in una non precisata località olandese assumono vita propria, complice un fulmine che fa da catalizzatore per una malvagia reazione chimico-elettronica tra i circuiti integrati del sistema ed una misteriosa sostanza gelatinosa. La nuova natura autonoma degli ascensori, superfluo specificarlo, è vòlta ad assassinare nei modi piú truci i malcapitati passeggeri delle cabine. In questa sua opera prima, Dick Maas manifesta il suo debito verso David Cronenberg, e i relativi films di pochi anni precedenti questo, che abbinavano il soggetto horror al tema tecnologico (la tv per Cronenberg, i computer nel caso nostro). Lo stile è molto spartano, con dialoghi essenziali — tendenti al catatonico, anche per l’insipienza della gran parte degli attori — e lo spazio narrativo è lasciato prevalentemente alla suspence e alla fantasia degli ammazzamenti; il tutto risulta oggi invecchiato malamente, proprio come “Videodrome” e “Scanner”, e come questi ha una certa aria da fumetto, tanto che pensiamo non sia una coincidenza che ricordi molto la prima fase del Dylan Dog di Tiziano Sclavi, che debuttò pochi anni dopo, il quale non ha mai fatto mistero di ispirarsi al cinema horror di serie B o C per le sue storie (e forse non è del tutto casuale che il protagonista somigli fisicamente proprio all’indagatore dell’incubo).

1983, scritto diretto e musicato da Dick Maas, con vari attori nederlandesi

domenica 27 ottobre 2019

operetta prima


“La cambiale di matrimonio”, la prima opera lirica rappresentata nel 1810 a Venezia da un Rossini ancora diciottenne, è una breve farsa che per la precisione andrebbe annoverata nella centenaria tradizione degli intermezzi napoletani (tra i quali ricordiamo quelli di Alessandro Scarlatti, Domenico Sarri o la celeberrima “Serva Padrona” di Pergolesi). Si trattava di opere molto brevi, che precorrono in ordine di tempo l’opera buffa, divise in uno o due atti, dal soggetto molto leggero, di solito amoroso, e che fungevano da intermezzo, appunto, all’interno delle rappresentazioni di opere serie, melodrammi solitamente di tenore storico. (p.s.: questa cosa che leggiamo spesso nei libri di musicologia ci lascia comunque perplessi, perché un’opera seria durava in media dalle due alle tre ore, e se vi aggiungiamo un’altra oretta di intermezzo fanno quattro ore di fila di musica, esclusi gli intervalli, ma evidentemente le abitudini musicali del pubblico di allora dovevano essere molto diverse da quello attuale). Un’ouverture divisa in due parti, nella quale spicca il corno come strumento solista — che allude alla predominante componente maschile della narrazione — ci introduce ad una storiella esile esile tal quale ce la si aspetta, musicata da un Rossini ancora accademico (lo capiamo, tra l’altro, dalla frequente variazione in terzine delle arie del soprano) ma che lascia già trasparire gli elementi di pazzia che seminerà anche in seguito (per esempio i duetti o terzetti che finiscono in uno stretto in cui ogni voce recita un testo diverso in sovrapposizione alle altre).